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Quando le gambe si fermano, la testa corre.

Sono in ospedale. La gamba è appena stata operata, immobile sotto le coperte, e io sono fermo in un letto a fissare un soffitto bianco invece che un tracciato.


Il dolore arriva a ondate, a volte sordo, a volte acuto, e nessuna preparazione mentale lo toglie davvero. Ma c'è un altro dolore, ancora più profondo, che non si vede e non si misura: il pensiero di tutto il tempo che sto perdendo.


Le gare che guarderò da uno schermo, sdraiato, invece che dal sedile. I compagni che continuano ad allenarsi, a correre, a vivere quella vita che fino a pochi giorni fa era anche la mia, mentre io sono qui, immobile, con una gamba che a stento riconosco come la mia.


Tommaso Toldo Testa

E poi ci sono le paure. Quelle che non si dicono ad alta voce, nemmeno a chi mi vuole bene.


La paura, profonda, di non tornare mai più quello che ero prima.


La paura che il corpo tradisca la testa, che quella fiducia cieca nei movimenti — quella che in pista ti fa girare il volante senza nemmeno pensarci, in una frazione di secondo — sia andata persa per sempre insieme a quel pezzo di gamba che hanno aperto.


La paura, piccola ma che stringe lo stomaco, di guardare un giorno la mia auto da fuori, come un estraneo, senza più sentirla mia.


Le notti qui sono le peggiori.


Niente rumore di motore a coprire i pensieri, niente adrenalina a spegnere la paura. Solo il bip lento di una macchina, la luce fredda di un corridoio, e una testa che gira a vuoto su pensieri che durante il giorno riesco quasi a tenere a bada.


È in quei momenti che capisci davvero cosa significa sentirsi soli, anche circondati di persone.


Per chi corre, stare fermi non è solo difficile: fa quasi più male dell'operazione stessa.


Eppure è proprio qui, in fondo a questo dolore e a queste paure che non nascondo più, che sto scoprendo qualcosa che forse sapevo da sempre, ma che non avevo mai davvero capito.



La rivelazione


Ho sempre pensato che correre fosse soprattutto fisico: i riflessi, la resistenza, la forza nei cambi di direzione, il controllo del corpo sotto le forze G.


La testa c'era, certo, ma la consideravo quasi un di più, qualcosa che veniva naturale mentre il corpo faceva il lavoro vero.


Solo adesso, fermo in un letto, capisco una cosa che in pista non avevo mai visto davvero: il pilota non è solo il corpo che guida. È la mente che decide di non arrendersi quando il corpo non può più fare il suo lavoro.


Solo adesso mi rendo conto che la componente mentale era lì da sempre, in ogni giro, in ogni gara, anche quando non ci pensavo. Era lei a tenere tutto insieme.



In pista, senza saperlo


La qualifica

Un solo giro per dare tutto, zero margine d'errore.


Quella lucidità è la stessa che mi serve adesso per affrontare la fisioterapia giorno dopo giorno, senza scoraggiarmi se i progressi sono piccoli.


La bandiera gialla, la safety car

Quando esce la safety car, il ritmo si rompe di colpo.


Il motore che girava al massimo deve rallentare all'improvviso, le gomme si raffreddano, ma la testa deve restare accesa anche se il corpo è costretto a stare fermo.


È un momento pericoloso: chi perde la concentrazione in quei minuti spesso sbaglia il restart.


È esattamente quello che sto vivendo ora, ma su scala più lunga.


La gara si è fermata di colpo — non per un giro, ma per settimane.


Il corpo è bloccato, la gamba ferma, e la tentazione è quella di staccare la testa insieme al fisico.


Ma ho imparato in pista che è proprio nei momenti di stop forzato che la mentalità conta di più: bisogna restare pronti, mantenere la concentrazione, prepararsi al restart anche senza poter accelerare.


Questo ricovero è la mia safety car. E quando le bandiere torneranno verdi, voglio essere pronto a spingere come se non mi fossi mai fermato.


Il sorpasso al limite

Una decisione presa in una frazione di secondo, la fiducia nei propri mezzi.


È la stessa fiducia che ora devo avere nel mio corpo, che si sta riparando anche se non lo vedo.


L'errore in pista

Si analizza, si corregge, si va avanti.


Lo stesso approccio mentale che serve davanti a una battuta d'arresto come un infortunio: non è la fine, è solo un punto da cui ripartire.


Cosa porterò in pista

Non sapevo che la mentalità da gara mi sarebbe servita più fuori dall'auto che dentro.


Da questa esperienza porterò con me un approccio diverso, più consapevole: la testa non è un di più, è il motore che tiene tutto insieme anche quando il corpo non può farlo.


Quando tornerò in pista, tornerò con qualcosa in più.


Perché ho scoperto che un pilota non si misura solo da quanto va forte quando accelera, ma da come resiste quando è costretto a fermarsi.


E questa è una gara che sto vincendo un giorno alla volta.



Ciao a tutti.. e gas a manetta!!


Tommaso Toldo | racing driver



Partner Tommaso Toldo

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